Articolo a cura di Federico Pizzileo.

In tutta l’Europa Antica le maschere hanno avuto un’importanza fondamentale a livello rituale, anche nel caso di messe in scena teatrali (vedi l’Antica Grecia), che pur sempre rappresentano una metodologia interessante.

A differenza di altre aree del nostro territorio, la scoperta di resti simili non è attestata in grandi quantità, ma ci sono alcuni elementi (in particolare due) che possono essere di sicuro interesse.

Maschera di Middelstum-Boerdamsterweg

Il primo è la maschera di Middelstum-Boerdamsterweg, trovata in Olanda e realizzata in ceramica.

La sua datazione risala al 500 BC circa, e nonostante il suo utilizzo preistorico sia incerto, la maggior parte degli storici e degli archeologi concorda su una sua funzione religiosa, di trasferimento del potere attraverso l’atto di metamorfosi.

Questa idea è basata principalmente sul fatto che le società più semplici come le comunità e le tribù germaniche e dei galli residenti in quelle zone summenzionate, non avrebbero mai fatto un uso eccessivo di questo tipo di oggetti in termini del quotidiano, perciò per esclusione si considera prettamente la via spirituale.

Uno dei possibili significati della maschera in ceramica si può riscontrare alla base della cultura indoeuropea, mischiata con le civiltà autoctone: per i Greci, indossare un oggetto simile o averlo vicino, appeso al muro, e seguendo dei rituali specifici era possibile allontanare gli spiriti malevoli. 

A tal proposito entrano in gioco anche le concezioni di anima del popolo eteno, che fanno da filo conduttore alla tematica, sviluppandosi come elemento sostanziale che permette di carpire l’essenza del non-manifesto, realizzando un’opera sciamanica di difesa della propria stirpe, affrontata anche durante i nostri corsi.

Maschere di Hedeby

Un altro elemento che risponde alla tematica di questo articolo, che non vuole certamente essere esaustivo ma piuttosto un’apertura verso dibattiti e proseguimenti, è l’unica maschera sopravvissuta di Hedeby.

Uno dei due esemplari rimasti sembra rappresentare la forma di una pecora, mentre l’altra era probabilmente legata alla simbologia della mucca. Si ritiene che venissero impiegati durante le Notti d’Inverno, all’interno di riti iniziatici e propiziatori, utili per la prosperità della comunità.

Una conferma simile arriva anche dall’archeologo Inga Hägg, che dopo attenti studi (soprattutto letterari) crede che ci sia stata l’alta possibilità che queste maschere venissero indossato assieme a un cappuccio che copriva l’altra parte della testa.

Il loro aspetto legato al folk è indiscutibile; altrettanto importante è da notare il collegamento con cerimonie come la danza gotica, che secondo Ellis-Davidson è particolarmente simile alle iconografie svedesi che dipingono esseri umani in forma di orso e di lupo che corrono con spade e lance.

Maschera di Opole

Per quanto concerne invece la zona slava, ci sono numerose testimonianze di utilizzo rituale in pratiche devozionali, funerarie e di propiziazione delle divinità.

Tra queste si trovano le maschere di Opole, e in particolare una, ossia quella in foto, che è stata conservata sotto terra per molto tempo, e si ritiene sia stata utilizzata in particolar modo prima e durante il periodo medievale.

Nonostante siano state bandite dai cristiani, come si evince dalla Chronica Boemorum, sono riuscite a persistere all’incursione della nuova fede nel territorio europeo, entrando a tutti gli effetti a far parte del folk.

Conclusioni

Questi due esempi di maschere sono soltanto esplicativi e indici di una prestazione del folk molto più ampia. Per esempio, alcune festività in tutta Europa richiamano l’utilizzo sciamanico di tali pratiche, tra cui anche il famoso Krampus. 

Se è tramite i Pozzi che si lavora, oggi come allora, in qualsiasi parte della nostra terra europea, dunque è importante capire anche l’essenza del rituale, che potrebbe richiamare in taluni casi l’atto di rimozione, a cui mi rifaccio citando Deleuze:

Non si ripete perché si rimuove, ma si rimuove perché si ripete. O, che è la stessa cosa, non si maschera perché si rimuove, ma si rimuove perché si maschera, e si maschera in virtù del fuoco determinante della ripetizione. Come il mascheramento non è secondo rispetto alla ripetizione, così la ripetizione non è seconda rispetto a un termine fisso [il trauma primitivo], supposto ultimo o originario [ovvero lo Stesso Ripetuto, remoto e rimosso, nel qual caso ci sarebbe dunque prima la Rimozione, e poi la Ripetizione che deforma, maschera e sposta lo Stesso […]

Che in poche righe chiarificatrici, anche inconsapevolmente, egli spiega perfettamente l’atto del mascheramento, che non è diverso dalla ripetizione (rituale), utile ad arricchire una certa parte dell’albero maestro: questa è l’arte dei pazzi, dei folli, degli sciamani, delle streghe. Si tratta di Stregoneria, oggi come allora. Attraverso la ripetizione noi impariamo e soprattutto ricordiamo, deformando e spostando il nostro essere in base al tempo che ci accoglie, e con il fuoco determinante della ripetizione attuiamo una ripresa di simboli e coscienza che attira una natura primitiva e necessaria, che ci appartiene.

Le maschere accolgono le parti concave del viso, diventando una nuovo involucro su cui è possibile costruire e al tempo stesso distruggere, diventano elemento fondamentale che mettono in relazione con il daimon, una soluzione che fa da tramite nella fenomenologia, perché entra a contatto con la parte più superficiale e più delicata dell’essere umano: la pelle.

Per approfondimenti: 

Laugrith Heid, La Stregoneria dei Vani, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Kindirúnar, Le Rune della Stirpe, Il Grimorio Necromantico, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Rún, i tre aspetti di una Runa, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Helvíti Svarturgaldur, Manuale pratico di Opera Necromantica Nord Europea, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Tröld*R: il Fjölkynngisbók. Magia, Stregoneria e Folk Nord Europeo, Anaelsas edizioni.

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