Visti gli innumerevoli tentativi di attaccare il nostro lavoro sulla mera disquisizione dell’uso di un termine invece di un altro, esponiamo il pensiero antropologico (visto che fu messo in causa esattamente da chi ha voglia di dibatte con noi) estratto da “The International Encyclopedia of Anthropology” in riferimento a molti autori presenti nello stesso canale web. 

Portando avanti in primis lo studio di P. Moro, vi riportiamo alcune parti della ricerca.

<< La magia comprende credenze e comportamenti in cui la relazione tra un atto e il suo effetto implica sempre e comunque una connessione mistica. 

La stregoneria è STRUMENTO effettivo di azione di pratica di tale connessione nella istintualità sociale dell’uomo in relazione all’uso stesso del sovrannaturale.

Come usato dagli antropologi, il termine “strega” identifica qualcuno che si presume pratichi ANCHE forme di magia socialmente proibite.>>

ESAMINIAMO MEGLIO QUESTE DIFFERENTI APPROCCI.

Gli studi antropologici di magia e stregoneria risalgono alla metà del XIX secolo e sono stati perseguiti attraverso diverse scuole di pensiero. 

Gli studi più influenti si sono basati  sul campo in Africa e Melanesia. La maggior parte degli antropologi vede infatti connessioni tra stregoneria e tensioni sociali, che scaturiscono da conflitti inerenti all’organizzazione sociale stessa o in risposta alla modernità e al cambiamento sociale. 

Sempre secondo la Moro <<La stregoneria e la magia si riferiscono ENTRAMBI ad approcci umani e tentativi di controllare il soprannaturale e sono spesso descritti come modi per spiegare esperienze e condizioni che altrimenti non potrebbero essere spiegate. 

Appaiono nel collettivo storico quando gli umani si preoccupano di sventura e danno, accusa e colpa, rischio e responsabilità e quindi vengono spesso analizzati come forme di controllo sociale e livellamento, nonché come modi di percepire la realtà. 

Poiché sono concetti strettamente correlati nell’antropologia, i termini appaiono SPESSO insieme negli stessi studi, MA HANNO hanno significati DISTINTI e storie intellettuali DISTINTE.

L’enorme letteratura antropologica in quest’area è lunga e di ampia portata, con esempi provenienti da quasi ogni parte del mondo.

Il concetto di base è la magia, che comprende credenze e comportamenti in cui la relazione tra un atto e il suo effetto si basa sull’analogia o su una connessione mistica piuttosto che sulla convalida empirica o scientifica. Mentre la magia come la stregoneria è un’idea o credenza, che si manifesta in atti e rituali, testi e incantesimi e oggetti come amuleti e talismani.

Le teorie antropologiche della magia, inclusi i tentativi di trattarla come separata o inseparabile dalla religione, risalgono alle origini della disciplina della metà del XIX secolo e raggiunsero un apice nella metà del XX secolo attraverso la ricerca etnografica basata sul lavoro sul campo, in particolare collegata alla scuola di pensiero strutturale/funzionale.

Stregoneria e SORCERY sono INVECE termini che descrivono il modo in cui gli umani interagiscono con la magia. Streghe e stregoni appaiono con notevole coerenza tra le visioni del mondo che sostengono l’esistenza della magia>>

Seguendo Evans-Pritchard gli antropologi usano quasi sempre il termine “strega” per identificare le persone sospettate di praticare, deliberatamente o inconsciamente, FORME di magia socialmente proibite, tra le altre caratteristiche, e che sono quindi spesso capri espiatori, membri di gruppi perseguitati e riflesso delle tensioni sociali, ad esempio all’interno di comunità o gruppi affini stretti. 

In alcuni casi, la strega non è una persona ma una SOSTANZA o un organo soprannumerario all’interno del corpo di una persona. Il mago (operante di una particolare forma cerimoniale di atto magico) è separato da tale sostanza, che si presuppone la “governi” esternamente dal corpo. Gli “stregoni” , invece, assumono intenzionalmente il ruolo di praticante magico che incorpora tale sostanza, impegnandosi in attività spesso etichettate da altri come magie con intenti malati o malvagi. 

Il termine strega ha un uso biforcato simile a quello dello sciamano, con consenso accademico divergente da qualche adozione popolare. Anche tra gli antropologi, alcuni usano i termini strega e stregone, come sciamano, ampiamente – come etichette estese che aiutano a dare un senso ai modelli nella letteratura etnografica – mentre altri li riservano per esempi più strettamente delineati, geograficamente o storicamente specifici.

Seguendo ancora l’articolo delle Moro abbiamo in linea con i paradigmi dei tempi, gli antropologi del XIX e dell’inizio del XX secolo consideravano la magia in un quadro evolutivo, come una caratteristica delle prime fasi dello sviluppo culturale o del progresso umano.

<<In particolare, Edward Burnett Tylor (1832–1917) e James G. Frazer (1854–1941) ipotizzarono che la magia fosse un precursore della religione e della scienza. Dato che presume che le persone primitive usassero la magia come modo per spiegare la causalità, il loro approccio è spesso etichettato come intellettuale. 

La magia era un modo per spiegare cose che altrimenti non potevano essere comprese o spiegate. Rifiutando la premessa intellettuale, Lucien Lévy ‐ Bruhl (1857–1939) vide invece la magia come una caratteristica di come le menti primitive percepivano il mondo, qualitativamente distinto dal pensiero razionale; Gli argomenti di Lévy ‐ Bruhl sono spesso indicati come parte del “dibattito sulle mentalità primitive” degli anni ’20.

Un altro termine di lunga durata che emerge alla fine del XIX secolo descrive una forza soprannaturale che è positiva, prestigiosa e potente. Tylor e altri avevano affermato che l’animismo – l’attribuzione di un’anima a tutte le cose viventi e inanimate – era la prima, fondamentale forma di credenza spirituale tra gli umani. In questo contesto intellettuale, alcuni ricercatori dell’epoca trovarono utile il concetto di mana delle Isole del Pacifico. Il mana è la forza magica impersonale associata all’animae o alle anime dei non umani. Mentre un termine culturalmente specifico, la parola è stata applicata come un concetto scientifico generale per designare forme positive di potere magico.

La pratica della magia e della stregoneria richiede inevitabilmente l’uso del linguaggio, gli antropologi hanno analizzato il rapporto tra potere magico e parole. La capacità di eseguire efficacemente tale linguaggio fa parte del ruolo del mago, indipendentemente dal fatto che sia identificato nella cultura.

Non sorprende che alcune idee sviluppate nello studio antropologico della magia compaiano anche nella letteratura sulla stregoneria e sulla sorcery. Condizioni che portano a ragadi nelle relazioni sociali, conflitti di interesse e contorcimenti cognitivi si ripetono tra molte popolazioni SEPARATE nel tempo e nello spazio. >>

La magia e la stregoneria condividono alcune somiglianze nel modo in cui concepiscono e rispondono a sventure e danni. Un obiettivo di molti studi sulla magia e sulla stregoneria della metà del ventesimo secolo, in particolare quelli condotti dagli antropologi nella scuola strutturale/funzionalista britannica, era quello di identificare questi modelli e DISCERNERE le caratteristiche nell’organizzazione sociale che potrebbero spiegare variazioni prevedibili. Ma questa argomentazione, non ci riguarda poiché non intendiamo entrare in merito allo studio antropologico delle casuali che spingono alla atto stregonico.

Allego altre parole della Moro per stimolarne la lettura e lo studio a chi ne convenga interessato.

<<La spiegazione più stimata e influente SULLA magia come distinto modo di pensare viene da EE Evans-Pritchard (1902-1973), il cui lavoro tra le Azande del Nord Africa centrale alla fine degli anni 1920, pubblicato nella sua prima forma nel 1929, costituì uno dei più completi resoconti sul lavoro sul campo di magia E stregoneria. Il suo libro Witchcraft, Oracles, and Magic Among the Azande ([ 1937] 1976) fu rivoluzionario a suo tempo per la sua posizione relativamente neutrale e non giudicante sulla validità delle credenze di Zande. 

L’opera ampiamente letta di Evans-Pritchard ha prodotto la DIFFERENZIAZIONE della stregoneria; tuttavia, viene discusso il grado in cui la dicotomia è universale o interculturale, anche all’interno dell’Africa sub-sahariana.

Per gli Azande, la stregoneria risiede nel “mangu”, una sostanza nel ventre della strega, ereditata da un genitore dello stesso sesso. La sostanza conduce una vita a sé stante e può affliggere autonomamente le persone, specialmente quelle con le quali la strega (probabilmente ignara della sostanza) è in disaccordo.

Nonostante alcune somiglianze coerenti nelle visioni del mondo di stregoneria  Bowie osserva anche che i termini stregoneria e strega sono usati in modo disparato dagli studiosi e dal pubblico in generale per riferirsi a quattro distinti fenomeni: l’idea di maleficenza o azione soprannaturale dannosa, sviluppata in Europa medievale e moderna; quelli identificati come avversari dai riformatori della chiesa cristiana; Stregoneria e Sorcery africane come documentato da Evans-Pritchard; l’attuale Wiccan o movimento pagano contemporaneo (2006, 201–2). Per Bowie, questi fenomeni non possono essere ridotti a un unico schema e devono essere trattati SEPARATAMENTE.

 Mentre la stregoneria esiste come una forma di capro espiatorio e accuse – un metodo per spiegare causalità e guarigione, o per evitare fratture sociali – altri praticanti in tutto il mondo cercano attivamente di sfruttare il potere soprannaturale per influenzare gli altri o controllare le condizioni che li circondano.

Come tipicamente usato nella letteratura antropologica, la stregoneria è una pratica pragmatica e consapevole, che coinvolge atti di magia e porta al potere personale per il praticante. Gli stregoni in genere devono imparare i testi, le pratiche, i rituali; tale conoscenza è esoterica e normalmente non disponibile a tutti. 

Come altri specialisti documentati in antropologia, come sciamani e divinatori, lo stregone può lavorare per conto dei clienti. A seconda del contesto, la stregoneria può essere vista come un comportamento sospetto, pauroso o proibito o un potente mezzo per correggere i torti sociali e risolvere i conflitti. Per gli antropologi contemporanei, le pratiche della stregoneria offrono l’opportunità di studiare come si forma la coscienza e come gli esseri umani costituiscono e operano all’interno della realtà.

Un’altra etnografia antica che documenta essenzialmente la stessa dicotomia è Stregoni di Dobu (1932) di Reo Fortune (1903–1979). Per i Dobu del Pacifico occidentale, streghe e stregoni erano ruoli assegnati per genere: “La stregoneria è una prerogativa della donna, la Sorcery è quella dell’uomo. Una strega fa tutto il suo lavoro in forma di spirito mentre il suo corpo dorme. […] 

L’uomo, come stregone, ha il monopolio di provocare malattia e morte usando incantesimi sui lasciti personali della vittima ”(Fortune 1932, 150). Uomini e donne Dobuan temevano l’un l’altro il potere e si guardavano l’un l’altro con notevole sospetto.

Gli ultimi decenni di antropologia hanno continuato a perseguire lo studio della stregoneria, della stregoneria e della magia, con la maggior parte degli autori che si estendono oltre il consenso strutturale-funzionale della metà del ventesimo secolo.

Coerentemente con il lungo interesse dell’antropologia per la magia come modo di pensare, alcuni ricercatori negli ultimi anni hanno considerato la magia in relazione alla soggettività come un modo per comprendere la personalità o come un indizio per la coscienza umana. Esempi di tali studi possono tracciare connessioni tra magia e autoconcettualizzazione, ad esempio studiando i sogni, oppure possono considerare la magia e la guarigione come strade per il potere e l’agire.

Alcuni antropologi negli ultimi decenni hanno perseguito la metodologia esperienziale nello studio della magia, allontanandosi dal relativismo culturale o dall’agnosticismo metodologico tipico della disciplina. 

Il cambiamento più significativo negli studi antropologici di magia, stregoneria e stregoneria è arrivato con la borsa di studio tra la fine del XX e l’inizio del 2000, in cui questi fenomeni sono visti in relazione alla modernità, al potere politico e allo stato. In alcuni casi, i ricercatori documentano magia, stregoneria e sorcery  SEPARATAMENTE sempre alla luce di un mondo che cambia. >>

In alcuni casi, gli antropologi contemporanei hanno riconcettualizzato considerevolmente la magia, saltando dalle definizioni convenzionali per comprendere la magia come componente del capitalismo, del transnazionalismo e della leadership statale, in totale distanza dal concetto popolare della “sorella” Stregoneria.

((Vedi Michael Taussig (1997))

Tutto questo per ribadire il basso tentativo di ostentare didattica accademica cercando di colpire il titolo di un libro (il tutto è alquanto PUERILE E DI BASSO CONTENUTO CULTURALE). Ma noi ne approfittiamo, così da farne un articolo per il nostro sito, per mantenere vivo il ricordo.

La stregoneria scandinava gode di tutti i privilegi della struttura STREGONICAMENTE riconosciuta in vari trattati antropologici. Si aggancia esattamente al format sociale di una vasta area in continua crescita e fermentazione evolutiva.

Il culto dei Vani (o a dir si voglia Vanir) è un corpus di atti STREGONICI attestati non solo dalle pratiche antiche estratte dai vari reperti, ma bensì dal corpus del “Folköi” che non si approccia solo all’arte del Seiðr, ma bensì a MOLTE PRATICHE ESOTERICHE. 

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