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Traduzione a cura di Federico Pizzileo

Legenda:

grassetto -> Askr Svarte ::: normale -> Laugrith Heid

Hail! Prego, presentati e introduci al nostro pubblico la vostra associazione proveniente dall’Italia (in breve, la vostra storia e le attività principali)

Hail Askr,

Mi presento: sono Ylenia Oliverio, in arte Laugrith Heid, sono un archeologo italiano che pratica esoterismo da circa 25 anni. Ho iniziato il mio percorso con la Goetia e la Demonologia. Tra il 2012 ed il 2013 ho fondato un’associazione riconosciuta dallo Stato Italiano, settorializzata al culto politeistico. Tra il 2013 e il 2014 ho focalizzato l’attenzione verso l’area scandinava, fondando il Vanatrú Italia, partendo dai processi runologici legati al seme dei Giganti e alla loro matrice occulta, alla Stregoneria Scandinava. 

Ho svolto delle ricerche pubblicate in 5 volumi italiani, editi da Anaelsas, dove ho delineato i processi di recupero parziale del culto autoctono europeo, concentrando l’attenzione verso i Vanir e gli Jötnar. 

Questi i testi:

  1. Laugrith Heid, La Stregoneria dei Vani, Anaelsas edizioni.
  2. Laugrith Heid, Kindirúnar, Le Rune della Stirpe, Il Grimorio Necromantico, Anaelsas edizioni.
  3. Laugrith Heid, Rún, i tre aspetti di una Runa, Anaelsas edizioni.
  4. Laugrith Heid, Helvíti Svarturgaldur, Manuale pratico di Opera Necromantica Nord Europea, Anaelsas edizioni.
  5. Laugrith Heid, Tröld*R: il Fjölkynngisbók. Magia, Stregoneria e Folk Nord Europeo, Anaelsas edizioni.

Stiamo lavorando al nostro sesto volume dove ci dedicheremo all’integrazione di una ristampa del primo volume con delle ricerche sulla zona euroasiatica e russa.

Dalla fondazione del gruppo Vanatrú Italia sono nate successivamente le sezioni studio specifiche al culto di Hel, denominato Helpath, e lo Jötnar Seed incentrato sul culto dei Giganti, in particolare Surtr.

Dalle nostre ricerche emerge la sostanziale importanza del legame tra Deità autoctone e Giganti. Ordine e caos. Rinascita e morte.

Hai citato studi e ricerche incentrate sull’area russa ed euroasiatica, puoi dirci di più riguardo ciò che ha attirato il tuo interesse verso il patrimonio russo ed euroasiatico?

La tradizione russa, in particolare, ha un bagaglio culturale e storico fondamentale per comprendere i processi esoterici ed essoterici di ogni tradizione. La Russia nasconde una profonda identità storica (e popolare) che varia e muta nell’arco delle sue fasi, che tocca (mantenendo la coscienza del popolo) ogni parte del folk in esame. Leggere queste fasi attraverso i documenti storici e il folklore è qualcosa di unico e spettacolare, sembra di vivere attraverso le menti succedute nei tempi. Soprattutto la fase dei miti e della tradizione russa racchiudono l’essenza dell’Ars Stregona (Hydromania) in toto, e collegano ai processi folk del popolo scandinavo. Il ponte è inequivocabile.

La parte euroasiatica ci ha permesso di comprendere tutto ciò. Prima di arrivare alla Russia ho attraversato i processi demonologici euroasiatici per percepire e interiorizzare le differenze esoteriche di un popolo forte e molto radicato nella propria terra.

Hai menzionato Surtr in qualità di una delle figure di interesse principali. Sono a conoscenza di una visione interessante suggerita dal filosofo tedesco Ernst Jünger: nei suoi diari degli anni ‘80 scrisse a riguardo, narrando che, quando i morti salpati dalla Naglfar di Loki giungeranno sul campo di Vígríðr, Surtr e il suo esercito rimarranno in disparte (e lontani). In questi scritti esprime il concetto riguardante l’idea di Loki che rimane come un bastardo in mezzo ai Giganti veri e primordiali come Surtr, e che, perciò, questi ultimi non si uniranno, non riconosceranno il suo “percorso” e la motivazione che spinge Loki a combattere contro gli Dèi dalla loro stessa parte. Dunque, partendo da questi assunti, ho due “sottodomande” rilevanti: come considerate Loki e la sua difficile figura, oltre che il suo “percorso” e, quindi, allo stesso modo, come contemplate anche Surtr?

Nella Vǫluspá si menziona una nave misteriosa che avrebbe portato il gigantesco esercito sul campo di Vígríðr dove avvenne il Ragnarök: Naglfar, fatta principalmente da unghie di morto.

La nave di Naglfar appare anche in un pietra runica archeologica. Il Tullstorp Runestone in Scania, Svezia. La pietra runica mostra Fenrir il lupo gigante appena sopra la nave Naglfar. Quindi, la presenza di Loki potrebbe essere plausibile. Conosco bene e ammiro Jünger e conosco la teoria che troviamo nei diari.

Io sono una accanita studiosa dei processi filosofici tedeschi che sto inserendo nei corsi per i ragazzi che ci seguono. Ho studiato filosofia e sta alla base della mia formazione. 

Per quanto riguarda Il fascino di Jünger per la bellezza e la ferocia, si può spiegare il suo amore per il mondo animale e le teorie relative ai rapporti tra sapere e gnosi animale. Lo stesso filosofo pone l’amore, la morte e l’interiorità spirituale espressa nell’arte e nella poesia come forme per recuperare la via dal nichilismo moderno. In questo contesto inseriamo le teorie su Loki.

Loki e la trasmissione dei processi di mimesi lokiani sono la chiave di lettura per comprendere Surtr e la sua stirpe. In effetti, Loki potrebbe apparire come combattente di una lotta non sua, ma quella lotta (rinnovatrice) fu e sarà sempre fondamentale per la verifica dei Ragnarök. 

Senza Loki e la sua mimesi non ci sarebbe una Rivoluzione, e questo, Jünger, lo ha sempre saputo. 

Quindi, per comprendere la figura di Loki, bisogna attenersi sempre al mito e alle sue capacità di trasmutazione, e per comprendere Surtr bisogna propendere per le sue peculiarità ovvero mai nato e mai morto. Loki è l’anello che congiunge la stregoneria vanica alle pratiche Jötnar. Un processo che noi definiamo mimesi rituale.

Quali argomenti potete portare a sostegno della tesi che vede Hel come la vera Dea della Morte (se voi la riconoscete tale), indipendentemente dal fatto che fonti autentiche ci dicono che non lo sia?

Nel mio volume HelVíti traccio le ricerche che rispondono alla tua domanda. Io considero Hel essenza di Gigante. La madre di ogni forma stregona. Ti lascio un passo del nostro quarto volume che credo possa chiarire bene il ruolo di Hel per il nostro gruppo: 

«[…]

Dai nomi e dall’accurato lavoro filologico siamo riusciti a risalire alle caratteristiche della prima Völva e alla principale forma della dea Freya.

Il Vanidís raggruppa sia le Deità note che i vari elementi accorpanti ed autoctoni, come gli Jötnar, i nani, i tröll, i vættir, i draghi e gli elfi di entrambe le razze. Questo aspetto facilita la possibilità di traslitterazione delle divinità e degli Jötnar nei vari elementi citati.”

[…]

Se prendiamo la Völuspá 22, versione Hauksbók, viene citata in relazione alla Strega un aggettivo, la splendente, che sembra creare una stretta relazione con Gullveig madre di ogni Strega.

Heiði hana hétu

hvars til húsa kom

völu velspáa

Vitti hún ganda

seið hún hvars hún kunni seið hún hugleikin

æ var hún angan illrar brúðar.

Anche Heiður era uno dei nomi di Freya, e con essa la relazione delle Streghe vaniche. Da qui il legame con Gullveig, ma il passaggio interessante è l’associazione di perfide e cattive, quasi legate alla concezione malevola del Diavolo, è da ciò il legame con Helvíti. Gullveig è la Strega connessa alla tradizione Necromantica che vediamo nelle nostre pratiche. Come detto molte volte la relazione Nerthus/Hel è ormai consolidata, come Heiður è collegata a Gullveig ed alle caratteristiche della signora di tutte le Streghe, Hel.

Seguendo questo excursus possiamo ampliare la manifestazione di Freya ad una delle manifestazioni di Hel. Ad intensificare la nostra ipotesi abbiamo il termine che viene associato a Freya, Vanidís ovvero Blótgyðja, la sacerdotessa. Essendo il termine Gyðja legato alla figura sacerdotale, l’accorpare con Blót sta ad indicare la caratteristica di sacrificio. Freya è la manifestazione di Hel in atto cerimoniale e sacrificale, nella sua manifestazione durante Ár og Friður, ed Hel è la manifestazione di Freya nella sua versione Necromantica. 

[…]

A dare conferma di quanto detto basta fare un passo in avanti nella Völuspá hin skamma, che sebbene sia un concentrato di credenze cristiane e Mito, ci fornisce un elemento sostanziale. Dalla Völuspá hin skamma (Hyndluljóð): 

Eru völur allar

frá Viðólfi,

vitkar allir

frá Vilmeiði, seiðberendr

frá Svarthöfða, jötnar allir

frá Ymi komnir».

Sembra che vi concentriate principalmente su Vanir e Jötnar – perché proprio su di loro e come li identificate e differenziate gli uni dagli altri? E, certamente, che ruolo giocano gli Æsir nella visione del mondo che promuovete?

Dalle nostre ricerche archeologiche e filologiche emerge un forte legame tra le deità Vanir e gli Jötnar. La mia formazione demonologica mi ha spinto verso la ricerca del viscerale e autoctono e la loro relazione con la parte caotica presente nel panorama europeo. 

I nostri Blóta lavorano sul recupero di questo binomio luce/ombra; i nostri corsi si concentrano sulla parziale ripresa del “Fjölkyngi” attraverso il quale si muovono i processi esoterici della nostra storia.

Ho scelto volutamente di propendere gli studi su essenze autoctone e potenze caotiche spostando la mia attenzione sul δαίμων (Daimon) quale base su cui ergere il sapere stregonico.

Gli Æsir sono una parte imprescindibile del culto, li trattiamo in senso molto velato perché non ci appartengo. Il processo sociale del mito Odinico, controllato e spesso ripreso dai contesti vanici, si allontana molto da noi, che siamo propensi verso una “gnosi” più occulta, viscerale e pura.

Potresti spiegarci i legami filologici tra Vanir e Jötnar? Perché usate il termine «deità» quando citate i giganti? Come sappiamo da molte tradizioni di popoli Indoeuropei, loro sono sempre in opposizione alle divinità e alla natura divina, specialmente nella tradizione germanico-scandinava.

Una parte dei legami la ritrovi nella domanda su esposta. Dove ho cercato di rispondere in maniera sintetica con un concetto riscontrato in anni di ricerche edite nei volumi. Io credo che i processi discordanti tra Giganti e deità sia il prodotto storico di processi di avanzamento abramitico. Sono le chiare lotte tra bene e male che ci voglio proporre i Cristiani, dove un Dio è solo bene e un demone è solo male. La fase di avanzamento Æsir è la fase dell’uomo Indoeuropeo, e in effetti si ripropongono tutte le dinamiche che poi aprono a fasi abramitiche. 

Riguardo all’uso della deità/divinità, intendo proprio l’essenza divina: nel senso concreto del termine. Essenza che per esser tale deve contenere caos/morte e armonia/vita. Il Dio invece racchiude la summa deità, ovvero la concezione assolutistica di assoluto male oppure assoluto bene, troppo inerente a concetti abramitici. In questo senso mantengo le diversità con il termine Deità. 

Descrivi la celebre discussione contro il duro dualismo, presente, per esempio, nel Zoroastrismo. Ma i popoli Indoeuropei e la loro visione in qualche modo dualistica (dvaita) si è concretizzata diversi secoli prima e tanti chilometri lontano dal Medio Oriente, patria delle concezioni e dei comportamenti di dualismo morale (!) di stampo abramitico. Certo, con le due Edda abbiamo diversi esempi di collaborazione e coesistenza tra Æsir e Jötnar, e lo stesso rapporto difficoltoso tra Devas e Asura lo si trova nei Veda, ma la tensione tra i due poli di potere è sempre esistita. 

Sì, le due polarità sono evidenti, un po’ si rivive un tacito accordo, un po’ si cerca di settorializzare i ruoli precisi tra creatori e plasmatori di eventi.

Il dualismo zoroastriano è di tipo metafisico, poiché l’opposizione non è tra spirito e materia ma tra due spiriti: da una parte si trova Mazda, Dio supremo e massima espressione del bene; dall’altra Mainyu, lo spirito malvagio creatore del male. Quest’ultimo ha un potere parallelo ma di segno contrario rispetto all’intelligenza “benigna”, perché genera la “non-vita”. Ma anche qui troviamo una nuova forma intuitiva. Il Demone è generatore – di non vita ma è pur sempre atto di creazione che non si discosta molto dalla radice dell’intelligenza suprema. Del tutto similare ai processi che assistiamo nel mito scandinavo di eterna lotta/coesistenza tra Æsir e Jötnar.

Al dualismo ontologico – riguardante la sfera dell’essere – corrisponde poi un dualismo etico: l’uomo può scegliere chi dei due seguire. Dunque, è in seno allo Zoroastrismo che è stato lanciato all’umanità il primo esempio riuscito della guerra di tutti i tempi, quella tra il Bene e il Male.

Tra l’altro, tutto ciò che vive lo fa in una duplice esistenza, attraverso una creazione ideale (menog) e una realtà concreta (geting).

Lo stesso ordine universale segue, secondo Zoroastro, le vicende della rivalità tra i due spiriti: se separati in una fase iniziale sarebbero stati costretti alla mescolanza fino a una separazione conclusiva. 

Il concetto greco di Daimon è ben lungi dall’idea cristiana successiva del Demone/essenza demoniaca inferiore. Noi riconosciamo il Daimon come il Dio in mezzo tra l’uomo e il Dio Superiore (uno dei tanti, uno che l’uomo può adorare) o il conduttore o guida interiore dal Selbst dell’uomo al Selbst divino, perciò è difficile per me associare i Daimon agli Jötnar e alla loro sfera.

La concettualistica del Daimon connesso alla sfera degli Jötnar ci serve per relazionare la potenza dei Giganti agli uomini (soprattutto alle Streghe di questa fazione). Ci serve per carpire la vera essenza del demone (come intermediario), e andare oltre ciò che per secoli hanno radicato forzatamente in noi, macchiando pesantemente tutte le forme di esoterismo europeo e non. 

Cosa intendi con i termini «il processo sociale del mito odinico» e cosa lo rende, secondo quanto dici alla fine della tua frase, una «gnosi non pura»?

Il processo sociale che intendo è la matrice delle forme odiniche. L’uomo è, in tal senso, in relazione alla sua società, a delle norme dettate da un comportamento che risponde alla “corretta” via da seguire per non ledere l’altro. Ecco, noi siamo più propensi verso la radice occulta e l’interiorizzazione dei processi esoterici ed essoterici che compongono un sociale, legato al viscerale e al puro. 

Distanti in questo dall’approccio Æsir per il sociale. Ovvero, una figura maschile posta ai vertici di un equilibrio costantemente precario e gestito dalla forza e dalla mascolinità. In questo senso parlo di gnosi non pura. 

In fin dei conti l’arrivo dell’uomo indo ha mescolato le forme e ricreato elementi nuovi, nulla di più interessante e contemporaneo, ma per noi non di rilevante importanza per adesso. 

La differenza sta nel gestire la purezza della radice autoctona che poi si evolve e dirama in tutte le forme esoteriche. Un comprendere la radice pura per poi erigere la struttura senza precarietà.

Come descrivereste esattamente un fenomeno come la Via della Mano Sinistra, e qual è il grande obiettivo finale di tutto il viaggio spirituale che il vostro percorso offre a chi lo segue?

Nella nostra rilettura teosofica la Via della Mano Sinistra (LHP) sta alla base dei processi primari della nostra azione stregonica e demonologica che rivive nei processi del Ginnungagap (GinUr), ch’è essenza necessaria per indurre una rapida evoluzione della coscienza. Elabora una relazione tra manifesto e non che riscontriamo anche nella relazione tra opposti che generano il binomio deità (Vanir) e Gigante (Jötunn), permettendo così l’evoluzione della fase di autocoscienza che rivive a ogni Ragnarök e che troviamo spesso decantata nel mito di Loki.

A i nostri corsisti forniamo una visione del Vanatrú diversa dai vecchi contesti noti, poiché siamo riusciti a cogliere l’anello di congiunzione tra i Vanir e gli Jötnar. Proponiamo uno studio demonologico di ampio spettro che segmenta la stessa demonologia e demonolatria occidentale mirando a una pratica sempre più euroasiatica pura e libera da abramitismi. 

Dato che lavorate con gli Jötnar, non posso esimermi dal chiederti circa ὕβρις (arroganza, o avidità in alcune versioni). Questo attributo è sempre stato associato ai Giganti e ai Titani, ed è una delle caratteristiche che fanno la differenza tra Dèi e Giganti (gli Dèi non hanno Hubris). Quindi, come vedete questo attributo nel vostro lavoro e come lo gestite/come lo trattate?

ὕβϱις, hýbris in quanto topos della tragedia greca nonché nella letteratura riferisce la qualifica generale a un’azione ingiusta ed empia avvenuta nel passato, che produce conseguenze negative sul presente. 

È un antefatto che vale come causa a monte che condurrà alla catastrofe della tragedia. Nel nostro caso si associa alla nemesi come giustizia riparatrice.

Di questo abbiamo la maggior parte degli atti inerenti ai Titani. Però va sottolineato che i Titani, come i Giganti, vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore del Dio (Zeus nel caso dei Titani): il tutto lavora in sincronia con quanto avviene nella nostra tradizione, ma va specificato che questa colpa nasce da un atto che si insinua a regolatore dei movimenti, cosa lontana dalla matrice dei Giganti, molto più vicina agli Dèi.

Difatti, degno di nota sarebbe anche il concetto di “invidia degli Dèi”.

In molte tragedie, e spesso anche nel nostro mito, infatti, costituisce lo sviluppo narrativo che porta come conseguenza al commettere un atto di hybris, per cui il nostro lavoro esamina ogni azione nata da un atto primario e non derivata da un “regolatore”.

Per favore, dicci di più riguardo i Vanir nel vostro sistema. Quale glorificate di più e perché?

La Tradizione Vanica riprende il seme nascente e obliterante dei Giganti, quali unici custodi del processo di trasmutazione del Sé, che si incentra a esempio nella pratica Seiðr, nelle opere necromantiche, nel Trolddmhöll e nei Galdrastafir.

La maestosità della Strega vanica è interposta nell’attuale dinamica di colloqui necromantici per carpire i fili del destino di ogni essere umano, come ci testimoniano i ritrovamenti del Tumulo di Oseberg. 

Anche la sacerdotessa di Nerthus aveva queste stesse dinamiche, soprattutto quando leggiamo il passo che cita il rientro del carro al tempio, e i fedeli che accorrono al dibattito sacerdotale. 

La spiegazione di Tacito, per quanto accurata, è sempre velata da relazionismi con la propria patria, per cui la conversatio mortalium che Nerthus aveva al rientro, era con i convenuti all’assemblea e il dialogo era essenzialmente la pratica necromantica della discesa ai Cancelli di Hel, come si dimostra ampiamente, dallo stesso nome a cui si tende la radice greca di «colui che scende nel regno dei morti» (NEPTEPOΣ) e come si evince nella pratica descritta nel capitolo 4 dell’Eiríks Saga Rauða, nelle azioni della piccola Völva.

Hai parlato molto della stregoneria, della magia e del lato pratico della tradizione. Perché questi sono così importanti (per me stesso e per il sentiero Odinico rappresentano una piccola parte delle attività) e quali frutti possono dare, in generale, al praticante?

Per noi la stregoneria è parte saliente del culto, essa opera la propria gnosis esperienziale, empirica, che porta alla prima fase di meraviglia iniziatica e misterica del proprio divenire consapevole. Sincretismo tra Sé, ombra, anima e animus; un lavoro continuo di interscambio, a livello fisico ed eterico, tra materia e anima, tra Sangue e Verbo.

Noi portiamo il praticante alla assoluta conoscenza interiore e al suo “ricordo”, le sue “memorie” passate per accedere ai vari stadi di coscienza iniziatica e formativa. La stregoneria ha bisogno di riemergere, di recuperare il suo ruolo di comunicazione tra i mondi e i diversi piani dell’Yggdrasil.

Dunque, che ruolo occupa l’idea di Uno – il Greco “Ev” – nella vostra visione del mondo? Purtroppo, in inglese la parola «uno» si riferisce sempre al significato di «singolo», ma stiamo parlando principalmente del mistico monismo (advaita nell’induismo), non del monoteismo.

Il principio base concorda con la visioni di una suprema realtà non duale ma, a differenza dei Veda, essa è piena di qualità o caratteristiche. Diciamo che, per certi aspetti, se dobbiamo attuare un paragone e ci associamo anche alla visione (ribelle) di Ramanuja, egli non accettava il concetto che si possa contemplare una realtà libera da distinzioni. 

Secondo lui non ci può essere alcun interesse nei confronti di qualcosa che è privo di caratteristiche. Così, affermare la realtà di qualcosa privo di attributi o qualità è una contraddizione in termini. Questa realtà vive nelle manifestazioni circostanti come essenza di ciò che genera armonia e caos, in un sottile equilibrio che spesso viene rotto a causa della stupidità umana, che crede di poter governare gli aspetti regolatori del mondo naturale.

Hai menzionato anche il Ginnungagap. Potresti descrivere la vostra comprensione e definizione di quest’ultimo e il perché è così importante?

La visione del mondo che presentiamo è molto simile alla concezione Advaita dell’induismo.

È importantissimo poiché racchiude in sé l’essenza di ogni cosa visibile e non, manifesta e non, dell’essere inteso come realtà vivida. 

Era l’abisso cosmico che esisteva prima della creazione. L’incipit esatto che, come affermato nel Gylfaginning, è origine delle due matrici date dal Niflheimr (da dove scorreranno gli 11 fiumi che vengono trattati nella maggior parte delle nostre opere rituali) e Múspellsheimr. 

Ti lascio un passo del mio quinto volume «Tröld*R: il Fjölkynngisbók. Magia, Stregoneria e Folk Nord Europeo» (Laugrith Heid, Anaelsas edizioni):

«Registrato nei poemi eddici, prima che la creazione dei mondi avvenisse, avevamo solo il «vuoto che bisbigliava», il Ginnungagap. La sua etimologia è complessa e molto discussa (cfr. Dronke 1997), è fondamentale per i praticanti del Vanatrú carpire idea di potenza immensa e chiara.

Il suo ruolo come materiale originario della creazione nordica è stato enfatizzato da De Vries (1931a), il quale suggerisce che Ginnungagap può essere meglio inteso come «il vuoto pieno di poteri magici (e creativi)»; quest’ultimo è derivante dalla stessa radice come Gandr e Galdr.

Se la potenza stregonica dei Vani è allo stesso modo presente alla nascita del cosmo, la sua pratica sembra essere stata influenzata dalla forma che la creazione ha assunto come atto di creazione. L’atto creativo è insito negli Jötnar, che sono capisaldi della struttura etena del Vanatrú.

Tutto ciò avvalora la nostra tesi cosmica e anticosmica di creazione e distruzione, che permette l’espansione dell’atto demonologico di conoscenza occulta».

Un’altra domanda: immagina che il Ragnarøkkr si stia svolgendo proprio adesso; da quale parte preferiresti stare sul campo di battaglia?

Be’ in un certo senso una parte di Ragnarök la stiamo vivendo adesso, con quello che si sta muovendo proprio ora. Tutto il mondo da questa emergenza ne uscirà cambiato, qualcosa di nuovo sta per emergere, e solo i più attenti sapranno scorgere. 

Ma se devo immaginare una situazione così descritta nel mito, io starei sempre dalla parte degli Jötnar. 

Questa la base degli insegnamenti che proponiamo: coerenza e fedeltà al filo di congiunzione che muove ogni processo esistente e che sfocia sempre e comunque nel Demone.

E per ultimo: Cosa potresti suggerire e augurare al nostro pubblico?

Consiglio di valutare bene i percorsi che si intraprendono e di propendere per una corretta informazione libera di interpretazioni e sporca da concetti abramitici presenti ancora nel DNA di molti.

Spero vivamente che la visione Vanatrú possa cambiare in ampiezza mondiale e che venga scissa da movimenti che miscelano troppe realtà senza un filo logico ed evolutivo, come spesso avvenuto da gruppi modaioli, new age e neopagani. 

La concezione di Vanatrú rivive nei processi evolutivi dei Ragnarök, nell’espansione degli Jötnar, nella comunicazione con le deità e nella mediazione con ogni elemento ai piani dell’Yggdrasil.

Askr Svarte

Ylenia Oliverio





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