Verbo, sangue e ossa – analisi archeolinguistica del Sacro presso i Germani

Per molti secoli, uno dei mezzi principali con cui i nostri antenati europei hanno elaborato e tramandato la Tradizione, è stato l’oralità. Grazie all’utilizzo della voce, molto del patrimonio culturale europeo è stato trasportato attivamente, custodito nella mente di ogni individuo, fino al momento in cui, subentrata la tradizione scritta grazie all’attività dei monaci nei numerosi monasteri sparsi in tutto il continente, molte delle informazioni vennero impresse nero su bianco e tramandante per tradizione scritta.

Ciò nonostante, come sapete, non tutto ciò che era un tempo, è riuscito a sopravvivere fino ai giorni nostri. Le cause principali sono riscontrabili nella perdita di testimoni (ovvero, in parole povere, di copie dei vari codices), oppure rivisitazioni e interpretazioni dei monaci, ma anche altre cause di matrice fisica (incendi, furti, ecc) o di altra natura (come la segretezza di pratiche rituali, ecc). 

In ogni caso, l’atto ricostitutivo del Culto e della Tradizione europea, ha vie infinite, per mezzo di meccanismi intrinsechi a cui non a tutti è permesso accedere. 

Certamente, uno studio profondo, se ben calibrato, riporta all’Origine, all’Essenza di ogni cosa. Per questo, ogni disciplina, individuata dagli studiosi, diventa di fondamentale importanza nella ricerca e ripresa estetica che portiamo avanti come “Il Bosco di Chiatri”, nella sezione di culto VanatrúItalia (in parallelo alla sezione ThursatrúItalia).

Dopo questa leggera introduzione, a specificare quanto si tratterà nel presente articolo, cito innanzitutto una disciplina (di cui mi sono servito in fase di analisi) molto spesso sconosciuta: l’archeolinguistica. Essa è, molto semplicemente, una branca della linguistica (e quindi anche dell’antropologia), che si pone come obiettivo la ricostruzione del contesto culturale di un popolo preistorico, per mezzo dello studio linguistico dei termini. 

Una teoria accreditata e altrettanto interessante, reputo sia l’ipotesi Sapir-Whorf. Secondo questi due studiosi, vissuti tra il XIX e il XX secolo, la lingua – e quindi il verbo – permettono di determinare i fenomeni che si manifestano di fronte all’individuo, il quale riesce a dissezionare la realtà e a ricomporla codificandola, seguendo la struttura linguistica relativa. Per questo, un suono duro come quello di una consonante occlusiva (come la /p/ o la /b/), oppure quello morbido di una consonante laterale alveolare come la /l/ veicolano non solo suoni diversi, ma anche immagini e significati dissimili. 

Se da una parte si ha in mente la suddetta premessa, dall’altra è altrettanto necessario arrivare al collegamento che voglio portarvi sotto gli occhi, ovvero quello con l’etimologia dei termini utilizzati dai Germani (settentrionali) per designare la sfera del Sacro, per comprenderne l’immensa forza dell’idea che si fa verbo. Escludendo eventuali generalizzazioni tra tutte le diramazioni germaniche, che siano orientali, occidentali, insulari o settentrionali, la radice comune del termine si ricollega al proto-germanico *heilagaz, composto a sua volta dal proto-indoeuropeo *heila‘completo, intero, sano, prospero’ e *–gaz il suffisso usato in aggiunta a verbi, sostantivi o aggettivi col significato di ‘avere, fare o essere’, che, nell’insieme,  diventa ‘Sacro’. Nelle varie diramazioni linguistiche esso subisce certamente una trasformazione, come nel caso dell’antico nordico, in cui diventa heilagr, con cui si designa l’inviolabile connessione con il divino. Quest’ultimo termine, trovato frequentemente nell’Edda ma anche nelle opere degli scaldi, in cui viene sottolineata maggiormente l’appartenenza divina nella descrizione di ciò che è naturale, si riscontra anche nel suo secondo aspetto più cultuale, che invece designa le pietre sacrificali, gli anelli sacri e le bevande utilizzate a livello rituale. È proprio a questi ultimi elementi, legati all’esercizio del Sacro, che si ricollega un ulteriore termine, il quale nel campo semantico germanico – più in particolare scandinavo – riveste l’atto di consacrazione, sia di un oggetto, sia di uno spazio adibito ad atto rituale: Weihe Wihaz. Nel mondo nordico questo termine subisce un’ulteriore variazione, giungendo alla forma di  (cfr. got. weihsisl.a. vigja). 

Prese in considerazione queste particelle della terminologia legata al Sacro nel mondo scandinavo, altresì interessante ai fini dello studio risulta l’analisi linguistica dello studioso inglese M. A. K. Halliday, il quale aggiunse ulteriori considerazioni sulle funzioni linguistiche evidenziate da Jakobson. Infatti egli riconosce una funzione maggiore chiamata “funzione esperienziale”, con la quale ci è permesso di mettere in relazione due interlocutori con un codice che ne esemplifica il mondo esterno e il mondo interno, in sostanza il modo di veicolare l’esperienza soggettiva e oggettiva dei due, trasformando il modo di parlare in un “modo di pensare e di fare” in forma attiva e passiva. 

Su questa base, prendendo in esame, come accennato in precedenza, i termini *heilagaz heilagr, notiamo che sono composti da fonemi e morfemi che ne designano un preciso significato veicolato; fin dal modo in cui si pronunciano, può risultare curioso come la pronuncia sia inizialmente aspirata e sorda (dato dalla /h/), come il pianto di un bambino non appena uscito dall’utero materno e quindi potrebbe trasmettere una sensazione di bisogno connesso, per l’appunto, al Divino e al Sacro. In seconda battuta incontriamo un suono più liquido della consonante laterale alveolare sonora /l/, connessa alla fluidità, all’aspetto numinoso e all’attività rituale, altresì legata alla fluidità dell’acqua del fiume, del mare o del lago, che ne designano il “trasportare” il messaggio veicolato dal rito. Infine troviamo una consonante come la /z/ che viene emessa tramite regressione del flusso d’aria dai polmoni, permettendo l’origine di questa sibilante sonora, oppure la /r/ identificata come vibrante alveolare. Si noti allora come entrambe le consonanti contengano un principio di “movimento”, che sia di tipo sibilante o vibrante, entrambe comunque sonore, il che suggerisce come il termine legato al Sacro per il mondo germanico trasmetta un processo di individuazione di una prima scintilla (archetipicamente creata dallo sfregamento di due legnetti), ma che affronta tutto il processo di “bisogno”, passando per l’atto rituale veicolato dalle acque spesso fredde e indefinite (caotiche), infine, il primo movimento (quindi l’ordine dato dal tumulto caotico). In questo, il principio del Ginnungagap.

Sembra chiaro, infine, come il pensiero dell’uomo germanico (quindi europeo), abbia avuto una profondità che non si riscontra facilmente oggi giorno, trasmessa anche solo in un piccolo termine che invece designa qualcosa di ben più immenso, abbracciando il principio e la fine, il bisogno, la cura, la morte e la vita. Tutto questo trasmesso nel canale che è Strega, come un tempo, così oggi, nella metamorfica vibrazione del Verbo che diventa sangue e ossa, mutando la realtà. 

Io indago il principio attivo delle Leggi Naturali, osservando accuratamente ciò che mi circonda, considerandolo manifestazione divina. Un divino che fa capo su di me. […] Ogni parola ha un potere che si espande e si proietta all’esterno, fino a ricoprire la mia sfera eterica e fisica, divenendo anche io quel verbo e quella carne. A questo punto, ogni azione sul corpo, come verbo e suono, agisce su di noi; noi diveniamo verbo stesso e sostanza vibrante che opera in campo eterico […] al di là del tempo, in un sincronismo tra corpo e velo, carne e verbo, suono e runa.”

(tratto da “La Stregoneria dei Vani”)

Articolo di Federico Pizzileo


Per approfondimenti sulle due sezioni di lavoro:

Laugrith Heid, La Stregoneria dei Vani, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Kindirúnar, Le Rune della Stirpe, Il Grimorio Necromantico, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Rún, i tre aspetti di una Runa, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Helvíti Svarturgaldur, Manuale pratico di Opera Necromantica Nord Europea, Anaelsas edizioni.

*Gli “share” senza citazione della fonte sono elemento di querela poiché si ledono gli elementi del copyright sanciti dalla legge italiana*

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